Al posto dell'intervista è arrivato un biglietto, consegnato insieme a un mazzo di calle nere. "Avevo questa collezione in testa da molto tempo e ho sentito che era arrivato il momento giusto per portarla alla luce. È una collezione molto personale per me, carica di emozione, perciò stavolta preferisco non dire troppo e lasciare che ne facciate esperienza in tutte le sue sfumature. Con amore, Anthony", ha scritto Anthony Vaccarello, e le sfumature vanno prese alla lettera.
Saint Laurent nasce nel 1961 da Yves Saint Laurent e Pierre Bergé; Vaccarello ne è direttore creativo dal 2016, e questa sfilata cade dieci anni e due giorni dopo il suo debutto. Diciamolo subito, perché è il nostro giudizio: è la collezione più compatta e più personale del suo decennio, e la prova sta nel taglio prima ancora che nel colore.
L'INVERSIONE DELL'ORO
Il riferimento è dichiarato. La collezione Autunno 1991 Rive Gauche di Yves Saint Laurent si chiudeva tutta in oro, e Vaccarello la rovescia: qui l'oro apre e domina, il finale è nero. Per il fondatore l'oro era il colore del sole, e il suo successore lo fa tramontare.
La scena lo diceva prima dei capi. Passerella nera lucida, tre enormi lampadari a candela che proiettavano ombre lunghe, lo scintillio della Torre Eiffel ad aprire e a chiudere, e la musica che Miles Davis scrisse per Ascensore per il patibolo di Louis Malle. Da lì in avanti i codici della casa tornano senza essere citati: la sahariana, il trench, la sciarpa di mussolina ci sono, ma passano tutti attraverso un cambio di materiale, dal cotone metallizzato alla tela stropicciata al pizzo in filo metallico. L'oro procede per gradazioni, dal bronzo profondo al caramello al rame, interrotto qua e là da accenti a contrasto. Poi arriva la cesura e il nero prende il controllo.
LA PROVA È NEL TAGLIO
In apertura c'è già l'idea per intero: giacca oversize in laminato oro effetto stropicciato, scollo a V e revers a dente, gonna al ginocchio con uno spacco frontale che nasce dall'alta coscia, e una lunga sciarpa verde oliva avvolta al collo che cade sulla schiena e striscia sul pavimento. Superficie anomala, taglio disciplinato, styling spinto ben oltre l'uso: il resto della sfilata lavora su queste tre cose.
A metà sviluppo il pizzo macramè metallizzato arriva su un tubino, con base completamente trasparente, volute floreali, tasche sui fianchi e orlo sagomato sul disegno del pizzo anziché tagliato dritto. Poco dopo entra il broccato di transizione: giacche dal colletto alto, chiuse al collo e lasciate aperte sul busto, rifinite con ampi polsini in pelo scuro, sopra pantaloni dritti tagliati netti sopra la caviglia. L'accostamento è insolito, un'armatura tessile metallica chiusa da una morbidezza.
La rottura arriva su una giacca di velluto nero con due bottoni gioiello e un maxi fiocco in tessuto lucido stropicciato applicato in vita, sopra una gonna al polpaccio con spacco centrale. Nel finale il vocabolario della sera si riscrive in organza: abito semitrasparente con spalla e décolleté destri scoperti, un volume drappeggiato che avvolge petto e braccio sinistro, uno spacco che parte dall'alto fianco, strascico a terra.
Quello che tiene insieme l'inizio e la fine non è lo styling. È la geometria: spalla ampia e strutturata sopra una colonna dritta, a matita, frammentata dagli spacchi. La spalla larga sulla colonna stretta resta la stessa mentre il colore si sposta verso il nero. E in passerella non è passata nemmeno una borsa, il che è Vaccarello che rifiuta la scorciatoia commerciale su cui si reggono quasi tutte le sfilate di questa dimensione.
Dieci anni dentro una casa servono a questo. Un erede cita; qui succede un'altra cosa, e cioè che il colore del fondatore viene preso e portato via, un passaggio dopo l'altro, fino al nero. Alla fine Charlotte Gainsbourg è salita a cantare un brano il cui ritornello ripeteva "You are so much, Yves Saint Laurent": il nome del fondatore pronunciato sopra il lavoro di chi oggi lo tiene. L'organza nera dell'ultima uscita è la parola giusta con cui chiudere, il gesto di chi dopo dieci anni ha guadagnato il diritto di far calare il sole sulla casa che lo ha chiamato.
