La sfilata si chiude con un cappotto che non chiede niente: linea pulita, colletto a punta, lunghezza sotto il ginocchio. Il lavoro sta tutto sulla superficie, dove una maxi rosa stampata e un testo rosso su fondo bianco scendono verso l'orlo sfumando nel bordeaux, finché del capospalla resta soprattutto la figura stampata.

La casa nasce ad Anversa nel 1986, fondata da Dries Van Noten, uno dei sei di Anversa, e per quasi quarant'anni la sua firma è stata una stoffa cercata lontano e una stampa da collezionare. Van Noten si è ritirato nel giugno 2024; dopo le stagioni tenute dallo studio, da dicembre 2024 le collezioni donna e uomo sono affidate a Julian Klausner, e questa è la sua quarta collezione femminile.

La collezione è portabile e la sartoria è in forma. Ci lascia perplessi lo stesso, perché la somiglianza con la casa non sta dove sembra: i codici ci sono tutti, ma il punto in cui la collezione significa qualcosa si è spostato dal tessuto all'immagine.

UN FILM IN UNA SOLA IMMAGINE

Klausner ha raccontato di essere partito da «questa sensazione molto universale di voler a volte sentirsi glamour, a volte voler sentirsi come una star», una frase che dice cosa la collezione vuole far provare prima ancora di dire come è fatta. Il metodo arriva subito dopo, quando parla di «raccontare l'intera storia del film in un'unica immagine». Lo studio è partito da vecchi poster e ha inventato titoli pulp per film che non esistono, Vipère tra questi, comprimendo ogni storia in una figura sola, e il guardaroba che ne esce è costruito per essere guardato.

Sui capi la traduzione è letterale. La stampa ha smesso di essere un motivo tessile ed è diventata un'immagine fotografica con delle scritte. In apertura, sotto un cappotto cammello portato aperto, con la fodera lucida e le maniche arrotolate, c'è un abito con una macro stampa di mani su fondo scuro e testo stampato sull'orlo; più avanti un top smanicato porta una grafica che imita la copertina di una rivista, e una gonna riprende le mani stampate. Il colore segue lo stesso movimento: la base di marrone, cammello e grigi si rompe al centro su gialli acidi e rosa metallizzati, poi si chiude su neri, viola e bordeaux attraversati da grafiche rosse.

Anche il suono viene da fuori: la colonna sonora è un ambiente di strada registrato sul Quai Malaquais, davanti al negozio parigino della casa, e la città di cui parla Klausner è quella dietro la porta.

IL TAGLIO TIENE, L'ORNAMENTO SALE IN SUPERFICIE

Molto di quello che si vede è fatto bene. La sartoria smontata è al suo posto, con i blazer e le giacche portati aperti e le maniche arrotolate, mentre le camicie a righine hanno una vestibilità ineccepibile e una sbottonatura lasciata irregolare, e i bermuda restano ampi. Sono capi che stanno dentro la lingua della casa.

Da un certo punto in avanti, però, il lavoro passa in superficie. Una gonna cargo in animalier è coperta da uno strato trasparente con quattro grandi tasche applicate, così che il layering resta ma lo strato che si vede per primo è un velo. Su una giacca sartoriale verde oliva, revers ampi e maniche arrotolate sulla fodera lilla, le pietre tridimensionali, i cristalli e i pendenti coprono fittamente il capo sopra una maglia polo a righe, e la gonna che la accompagna è a sua volta rivestita di pendenti. Il trench, doppiopetto portato aperto, è ricamato nella parte alta con pietre, spille e pendenti, e copre un abito dal corpino velato a stampa fotografica la cui gonna, dal ginocchio in giù, diventa una spessa struttura di macro-paillettes a frangia. Il capo classico resta classico, e a fare l'immagine è quello che gli viene applicato sopra.

Si può obiettare che i codici sono tutti lì, che Klausner dichiara di riprenderli e che un glamour casual è esattamente quello che si è visto. È vero, e il punto non è che i codici manchino: è dove finisce l'attenzione. Il direttore stesso definisce questo guardaroba credibile per camminare in città, e i capi gli danno ragione; ma la curiosità che ha costruito questa casa era per la stoffa, mentre qui è per le immagini.

Dentro quelle figure stampate c'è un nome, e non è quello del fondatore. «Sono così abituato a vedere il nome di Dries ovunque. Ci devo fare l'abitudine, ma è divertente pensare che qualcuno andrà in giro con il mio nome sul proprio vestito», ha detto Klausner dopo la sfilata. La firma della casa ha cambiato posto, dall'etichetta alla superficie, e alla quarta collezione quello che ha guadagnato in immagine lo ha speso in stoffa.