Per noi di DEASMAG la cosa più alta vista a Parigi per la primavera estate 2027 porta la firma di Yohji Yamamoto, e non lo scriviamo per deferenza verso una carriera lunga. Nato a Tokyo nel 1943, Yamamoto compie ottantatré anni in questi giorni di sfilate; ha aperto Y's a Tokyo nel 1972 e ha portato la propria linea ammiraglia a Parigi nel 1981; da allora la casa che ha il suo nome ha avuto un solo autore, senza predecessori e senza successioni da raccontare. Dopo oltre quarant'anni, la prova che conta davvero per un maestro dell'avanguardia riguarda la maniera, cioè se il gesto iniziale si sia irrigidito in formula. Questa collezione risponde sui capi, perché l'impulso arrivato a Parigi nel 1981, disfare per costruire, produce ancora un oggetto che prima non c'era.

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IL NERO COME LINGUA, LA FRANGIA COME STRUTTURA

La sfilata parte nel buio e in quel buio fissa subito il proprio vocabolario: drappeggi scultorei che nascono da una sola spalla e scendono in diagonale fino alla vita, pannelli sovrapposti con gli orli lasciati a vista, alette rigide che sporgono dalla linea delle spalle. Le frange delle prime uscite scendono da spalle e orli con un peso che nessuna rifinitura avrebbe, perché sono fili strutturali che compongono intere parti del capo: in un abito d'apertura la gonna porta frange spesse da metà coscia alla caviglia, sotto pannelli di tessuto sovrapposti.

Il nero funziona come una lingua più che come un colore, ed è il tono dominante in quasi tutte le uscite. Dentro quella lingua è l'abito a reggere quasi tutto il discorso, in gran parte asimmetrico, smanicato o monospalla, con orli tagliati a lunghezze diverse.

Poi arriva uno scarto cromatico di peso, un blocco di stampe grafiche astratte nei toni del viola, del verde, del blu e del giallo, su abiti dal volume morbido. Il colore emerge senza rovesciare l'impianto, e non è l'unico momento in cui accade.

Subito dopo torna la sartoria maschile, il suo codice fondativo, e Yamamoto la svuota dall'interno: i revers a dente e a lancia restano riconoscibili, la camiceria passa al tessuto trasparente, le corde bianche annodate restano in vista, i pantaloni raggiungono un volume molto ampio. La giacca conserva il taglio mentre perde la propria consistenza, ridotta a velo.

Nel finale la decostruzione arriva dove non era ancora arrivata. Fettucce di tessuto intrecciate a mano formano il corpetto come una griglia di nastri verticali e orizzontali, poi l'intreccio si interrompe ad altezze diverse, sul fianco al centro e sotto il ginocchio su un lato, e i capi inferiori restano liberi, pendenti come lunghe corde fino alla caviglia e a terra. Il tessuto a navetta è smaterializzato in un'armatura di nastri e fili sciolti, con un peso tattile che prima non si era visto. È qui che la forma si disfa senza cadere, perché la griglia regge.

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Le trasparenze tengono insieme tutto questo e hanno una ragione dichiarata: abiti opachi convivono con chiffon, maglia traforata e reti, la griglia scopre la pelle, i volumi densi incorniciano spazi vuoti. Dopo la sfilata Yamamoto ha spiegato che le lavorazioni che lasciano intravedere il corpo rispondono al surriscaldamento del pianeta, e ha chiuso con due parole, in inglese come tutte le sue dichiarazioni: «Godetevi l'estate!». Alla domanda sui decenni passati a mettere a punto lavorazioni manuali e sulla gioia di farle ha risposto che «il processo è sofferenza», e sull'esito di questa collezione ha aggiunto soltanto «davvero non so…». Chi ha costruito un metodo in quarant'anni continua a chiamare il lavoro con il suo nome, e a sfilata finita non si dà ancora ragione da solo.

Senza distrazioni scenografiche, con un incedere lento e una musica folk che comprendeva «Unchained Melody», lo spettacolo è stato il crescendo delle lavorazioni. Il rosso torna alla fine come era comparso all'inizio dell'esplorazione materica, in un abito composto interamente da fitte frange rosse verticali su base nera, con una struttura scultorea nera di elementi tubolari intrecciati avvolta attorno al collo: chiude la sfilata come un sigillo.

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La casa è l'uomo che l'ha fondata e che la guida da solo da oltre quarant'anni, senza un archivio altrui da rileggere e senza un'eredità da amministrare, così che ogni stagione lo misura con se stesso. Per questo la prova che resta un maestro dell'avanguardia non sta nel percorso accumulato, ma in un fatto preciso: il gesto con cui è arrivato a Parigi nel 1981 produce oggi una griglia di fettucce intrecciate a mano che non appartiene a nessun repertorio precedente. A quel livello la coerenza non è ripetizione, è una lingua che continua a muoversi dentro se stessa.