A Parigi, nell'anno del trentennale, Jonny Johansson ha messo in dubbio la ragione per cui la sua casa continua a sfilare in questa città. «A volte penso a noi quando veniamo qui [a Parigi]. Mi dico: stiamo venendo come una nave che cerca di dissanguarsi di creatività?», ha detto il designer dopo lo show, paragonando la presenza di Acne Studios in città alla Vasa, il vascello svedese affondato nel 1628. Che un fondatore metta in dubbio la propria ambizione creativa proprio all'anniversario sarebbe già una notizia per conto suo; quello che ci convince, però, è la risposta che ha dato con i capi.
Acne Studios è nata a Stoccolma nel 1996 e Johansson la disegna dalla fondazione, cosa che in una casa che compie trent'anni capita raramente. La collezione si chiama "Denim Hystoria" e intreccia la storia della maison con quella dell'abito d'epoca: Johansson ha preso il jeans a cinque tasche del 1996, il primo della casa, e lo ha portato fino al punto in cui smette di essere denim e comincia a essere abito storico.
Il denim resta il materiale di base, e i pantaloni reggono la struttura della collezione, perché ci sono in 45 uscite su 50, a gamba dritta o aderenti al polpaccio, a volte come fondamenta di qualcosa che si impila sopra. Quello che Johansson cambia sta nella scala e nel segno. Il jeans prende forme in stile rococò e si trova accanto ai dettagli che arrivano dall'abbigliamento storico, corsetti, broccati, spille, gonne a sbuffo. Il designer ha spiegato di aver voluto unire l'idea di quel primo paio di jeans con elementi dell'abito d'epoca proprio per ottenere una tensione, e come innesco della collisione ha citato il movimento londinese dei New Romantics, confermato in sala dalla colonna sonora di Frédéric Sanchez che mandava "Prince Charming" di Adam and the Ants. Il minimalismo utilitario con cui la casa svedese si è fatta riconoscere viene sovvertito dall'interno, non abbandonato.
Il passaggio più chiaro arriva nella prima parte della sfilata, con un top blu dalla superficie brillante, collo alto arricciato e tagli aperti sui fianchi, che porta sul davanti un nodo enorme aperto in un volume a ruche fino a metà coscia, sopra pantaloni beige invecchiati e sbiaditi, aderenti al polpaccio. Il punto vita, che nella sartoria è il riferimento più stabile, finisce sepolto sotto un drappeggio annodato a mano invece di essere segnato da una cucitura. Poco dopo lo stesso gesto torna in magenta, con una rosa di tessuto drappeggiata che occupa lo spazio tra la vita e la parte alta delle cosce.
Il meccanismo che regge la sfilata, però, è un altro, e sta nella sovrapposizione orizzontale. In apertura un drappeggio a palloncino, orlo irregolare che varia dal ginocchio al polpaccio e spacco frontale profondo, sta sopra pantaloni dritti; verso il finale una giacca cropped, tagliata sopra la vita, sta sopra un top che si gonfia a palloncino fino a metà coscia, con jeans blu a gamba dritta sotto. Lo schema è lo stesso nei due casi, il volume storico impilato sulla gamba utilitaria, con la giuntura lasciata scoperta nel punto in cui il guardaroba d'epoca e un paio di jeans non possono convivere senza che uno dei due si deformi.
Il contrasto è lavorato nelle superfici, taffetà lucidi e sodi accanto a pelle invecchiata, verniciata o sfumata ai bordi e a denim spalmato o stampato a fiori, a volte con la stampa spessa come vernice sul davanti della gamba. Lusso storico e utilità consumata finiscono addosso allo stesso corpo nello stesso momento, e dentro quell'eccesso il vocabolario della casa resta leggibile, negli orli tagliati a vivo, nelle sfilacciature verticali lungo i lati esterni delle gambe, nelle giacche e nei gilet portati aperti sull'addome nudo.
Johansson non ha mai lasciato la casa che ha fondato, e questo cambia il senso di una collezione d'anniversario, perché invece di rivisitare un archivio ha messo sotto carico un oggetto. Ha preso l'unica cosa che Acne Studios possiede davvero, il jeans del 1996, e lo ha caricato di nodi, drappeggi e volumi fino al punto in cui del jeans resta il materiale e la forma è quella dell'abito d'epoca. Il rischio che ha nominato lui stesso si misurava proprio lì, perché un eccesso decorativo appoggiato sul niente sarebbe stato lavoro da costumista. Qui l'eccesso resta ancorato al materiale con cui la casa è cominciata, e la nave, per stare alla sua immagine, non affonda.
