Di tutto quello che Parigi ha mostrato per la primavera estate 2027, questa è la collezione che sta più avanti. La firma è di Rick Owens, che ha fondato la maison nel 1994 e da allora ne disegna ogni collezione, senza nessun direttore creativo prima di lui, tanto che la storia della casa coincide con la sua. La prova non è un'atmosfera ma una costruzione: la tensegrità già vista a giugno nella sfilata uomo, dove era pelle e gomma su barre di alluminio, qui rifatta per la donna in tulle schiumoso su cordini elastici.

Il punto di partenza sta a pochi passi dallo studio, dentro la basilica di Sainte-Clotilde, dove Owens entra per ragioni che con la fede non c'entrano. Lo ha detto nel backstage, in inglese come in tutte le dichiarazioni che seguono: "Non sono una persona religiosa. Ci vado solo perché è un bel palazzo antico a Parigi. È quasi un'estensione del mio salotto". Da lì vengono il colore e il contegno dei primi abiti, a colonna, color pietra, alcuni tagliati in tele rigide e altri in tessuti leggeri che il vento muoveva sulla passerella in pendenza, costruita all'aperto sopra la piscina riflettente del Palais de Tokyo. Indicandone uno, il designer ha spiegato che "viene da uno di quei vecchi dipinti cupi e sporchi nella basilica che vedo quasi due volte a settimana", e ha aggiunto la parola che tiene insieme il resto: "Quando li guardavo pensavo: 'Oh, lo stoicismo, quel genere di dignità a cui penso sempre'". È dignità fatta capo prima ancora di farsi struttura, e lo stesso contegno regge l'abito in seta che Owens chiama abito Clotilde, dal dipinto della basilica.

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Poi arriva la parte che ribalta i suoi stessi codici, e che Owens dichiara perversa per i propri standard: "Ho pensato: cosa potrebbe esserci di più perverso, venendo da me, di scarpe graziose e scintillanti?". I piedi sono avvolti in spesse corde di cristallo, e lo stesso scarto porta al tulle nero elaborato che chiama pizzo brutalista e alle costruzioni a tensegrità, di cui dice: "Così per me sono diventati un po' dei négligé". La ricerca è tutta nella meccanica. Dove per l'uomo c'erano alluminio e pelle, qui ci sono tubolari di tulle arricciato tenuti in compressione e cordini elastici tenuti in tensione, una gabbia morbida che si comporta da meccanismo più che da vestito. Il designer l'ha provata addosso prima di mandarla in passerella: "Stavo bene. L'elastico sposta tutto, e poi quando ti alzi tutto torna al suo posto".

Che non si tratti di un esercizio da passerella si capisce dai capi che arriveranno in negozio, dove la stessa logica di costruzione resta leggibile: il top corto con maniche lunghe e polsini tagliati a vivo, portato sopra la tunica smanicata che si ferma a metà coscia, con i pantaloni a gamba larga che poggiano a terra con l'orlo sfrangiato.

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Il collo è il motivo che torna lungo la sfilata, ripreso in più varianti: prima il collare scultoreo che si estende in orizzontale, poi l'anello di tessuto arricciato che sale a coprire mento e bocca. Accanto a questi vengono le spalle rigide, spinte oltre la loro linea naturale. Nel finale la struttura prende il sopravvento e le sculture in tulle paglierino avvolgono il corpo, alcune con barre orizzontali all'altezza delle spalle, altre con elementi verticali che salgono oltre la testa, e code che strisciano sul pavimento, tutto tenuto insieme da tiranti sottili e visibili. L'ultima uscita fonde il top gigante plissettato con l'imbracatura inferiore a tubolari pendenti. A tenere il ragionamento è il contrasto materico, le tele di cotone pesanti e il denim da una parte, l'impalpabilità del tulle dall'altra: una collezione che ruota attorno all'abito lungo e lo smonta pezzo per pezzo, finché resta in piedi soltanto l'impalcatura.

A trent'anni dalla fondazione, senza nessuno sopra di lui e nessuno dopo, Owens continua a spingere la forma più avanti di chiunque altro, e lo fa con un metodo che si verifica addosso: la dignità che ha trovato in quei dipinti cupi qui ha la forma di un meccanismo che tiene, l'elastico sposta tutto e poi tutto torna al suo posto.